lunedì 3 febbraio 2014

Dai «Trattati sui salmi» di sant'Ilario di Poitiers, vescovo

Tutti i credenti avevano un cuor solo e un'anima sola

    «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132, 1), perché quando vivono insieme, fraternamente, si riuniscono nell'assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere.
   
Leggiamo che agli albori della predicazione apostolica questo grande precetto era molto sentito e praticato. Si dice infatti: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un'anima sola» (At 4, 32). In realtà ben si conviene al popolo di Dio sentirsi fratelli sotto un unico Padre, sentirsi una cosa sola in un medesimo Spirito, vivere concordi nella stessa casa ed essere membra vive di uno stesso corpo.
    È davvero bello e soave abitare insieme come fratelli. Il profeta presenta il paragone di questa serena giocondità dicendo: «Come olio profumato sul capo, che scende sulla barba di Aronne, che scende sull'orlo della sua veste» (Sal 132, 2). L'unguento che servì per la consacrazione sacerdotale di Aronne fu preparato con vari profumi. Dio si compiacque che questa consacrazione fosse fatta anzitutto per il suo sacerdote e che anche nostro Signore fosse invisibilmente unto «a preferenza dei suoi eguali» (Sal 44, 8). Questa unzione non è terrena. Non fu consacrato come si ungevano i re con il corno pieno di olio profumato, ma «con olio di letizia» (Sal 44, 8). Perciò, dopo questa unzione, Aronne per legge fu chiamato «unto».
    Orbene, come questo unguento, su chiunque venga infuso, scaccia dai cuori gli spiriti immondi, così mediante l'unzione della carità, noi emaniamo la concordia, cosa veramente soave a Dio, come afferma l'Apostolo: «Noi siamo il profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15). Come dunque questo unguento fu gradito a Dio nel primo sacerdote Aronne, così è bello e giocondo che i fratelli vivano insieme.
    Ma l'unguento discende dal capo sulla barba e la barba è il decoro dell'età virile. È necessario perciò che noi siamo dei bambini in Cristo unicamente per quel tanto che fu detto, che siamo bambini cioè solo in quanto privi di malizia, ma adulti nell'intelligenza e nella sapienza.
    L'Apostolo chiama bambini tutti gli infedeli, perché, non essendo capaci di cibo solido, hanno ancora bisogno di latte, proprio come dice lo stesso Apostolo: «Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci e neanche ora lo siete» (1 Cor 3, 2). Noi invece dobbiamo essere adulti.

giovedì 30 gennaio 2014

Dai «Sermoni» di Giovanni di Napoli, vescovo

Ama il Signore e cammina nelle sue vie

    «Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?» (Sal 26, 1). Si dimostra grande questo servo che comprendeva come veniva illuminato, da chi veniva illuminato e chi veniva illuminato. Vedeva la luce: non questa che volge al tramonto, ma quella che occhio non vede. Le anime irradiate da questa luce non cadono nel peccato, non inciampano nei vizi.
    Il Signore diceva: «Camminate mentre avete la luce» (Gv 12, 35). Di quale
luce parlava se non di se stesso? Egli infatti ha detto: «Io come luce sono venuto nel mondo» (Gv 12, 46), perché quelli che vedono non vedano e i ciechi ricevano la luce.
    Il Signore è dunque colui che ci illumina, il sole di giustizia che ha irradiato la Chiesa cattolica, sparsa in tutto il mondo. Il profeta vaticinava di lei con queste parole: «Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?».
    Se l'uomo interiore è illuminato, non vacilla, non smarrisce la sua strada, non si perde di coraggio. Chi scorge da lontano la sua patria, sopporta ogni contrarietà, non si rattrista nelle avversità del tempo presente; riprende invece coraggio nel Signore, è umile di cuore, resiste alla prova e, nella sua umiltà, porta pazienza. Questa luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo (cfr. Gv 1, 9), si offre a quanti la temono, scende e si rivela in coloro che il Figlio vuole illuminare.
    Chi giaceva nelle tenebre e nell'ombra di morte, cioè nelle tenebre del male e nell'ombra del peccato, allo spuntare di questa luce ha orrore di sé, rientra in se stesso, si pente, si vergogna e dice: «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?». Grande salvezza, questa, fratelli miei. Salvezza che non teme cedimenti, che non ha paura di fatiche, che affronta volentieri la sofferenza. Tutti perciò dobbiamo esclamare in coro e con entusiasmo, non solo con la lingua, ma anche col cuore: «Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?».
    È lui che illumina, è lui che salva. Di chi avrò paura? Vengano pure le tenebre delle tentazioni; il Signore è mia luce. Possono venire, ma non potranno sopraffarmi; possono assalire il mio cuore, ma non vincerlo. Vengano pure le cieche cupidigie. Il Signore è mia luce. Egli dunque è la nostra fortezza. Egli si dona a noi e noi ci diamo a lui. Affrettatevi dal medico finché siete in tempo, perché non succeda che non possiate più quando lo vorreste.

martedì 28 gennaio 2014

Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino

«Credo in Deum»
Nessun esempio di virtù è assente dalla croce

   
Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell'agire.
    Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
    Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita.
    Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce.
    Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
    Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.
    Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano.
    Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1Pt 2,23) e come un agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca (cfr. At 8,32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia» (Eb 12,2).
    Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il cocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.
    Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19).
    Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il re dei re ed il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3). Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
    Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si son divise tra loro le mie vesti» (Gv 19,24); non agli onori, perché ho provato gli oltraggi e le battiture (cfr. Is 53,4); non alle dignità, perché intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15,17) non ai piaceri, perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68,22).

domenica 26 gennaio 2014

SANTITÀ' DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA

Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo
(N. 48)

   
 L'uomo e la donna, che per il patto di amore coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, 6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la raggiungono.
    Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità.
    Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore multiforme, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa.
    Infatti, come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e fedeltà, così ora il salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa, così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione.
    L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dall'azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nella sublime missione di padre e madre.
    Per questo motivo i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò insieme partecipano alla glorificazione di Dio.
    Di conseguenza, prevenuti dall'esempio dei genitori e dalla preghiera in famiglia, i figli, ed anzi tutti quelli che convivono nell'ambito familiare, troveranno più facilmente la strada della formazione umana, della salvezza e della santità. Quanto agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre, adempiranno diligentemente il dovere dell'educazione, soprattutto religiosa, che spetta prima di ogni altro a loro.
    I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con devozione e fiducia; e saranno loro vicini, come si conviene a figli, nelle avversità e nella solitudine della vecchiaia.

DALL'EPISTOLARIO DI SAN PIO DA PIETRELCINA

Mio Carissimo padre, Gesù continui a proteggervi sempre ed a guardarvi come cosa tutta sua! All'avvicinarsi della festa del nostro serafico padre, più vivo si fa sentire nell'animo mio il dolore preveniente dal vostro distacco. Mio Dio! Quando vorrete riunire le sparse membra del poverello di Assisi?
Il considerare che questo giorno non spunterà senza sostenere un grave contrasto, mi fa spasimare dal dolore. Ma viva Iddio, che non lascia giammai senza conforto l'anima che confida e spera in lui. 
Come augurarvi adunque quest'anno la festa di questo nostro padre, se non col supplicarlo a che vi conforti sempre e vi faccia sembrare meno dura la presente prova? Accettate, caro padre, questo caro augurio che parte dal fondo del mio cuore. Vi prego poi a non angustiarvi per l'avvenire. Gesù è con voi, e con tutte le anime a noi unite, sono con Gesù e davanti a lui perorano a vostro vantaggio. Coraggio, mio buon padre; troppo buono è Gesù ed abbastanza ve ne ha fatto sperimentare i frutti soavi di questa sua bontà. A che dunque temere? Gesù non potrà venire meno alle promesse fattemi a vostro vantaggio. Egli ci ha ascoltato finora; e questa è caparra di ciò che sarà in avvenire.
Sforzatevi di vincere e reprimere in voi questo soverchio timore, altrimenti, padre, Gesù non vi sorriderà. posso io promettercelo a Gesù a nome vostro? Io già gli ho detto di si. Voi ratificate ciò che il vostro figliolo ha fatto in nome vostro. Se ho fatto male, correggetemi. Del resto, voi mi appartenete ed ho tutto il diritto di patteggiare con Gesù, anche all'insaputa vostra. a lui mi sono offerto per voi in qualità di vittima, e perciò il mio agire non può non essere giustificato. A che dunque sacrificare, quando verrebbe frustrato il fine del sacrificio?
Vivete calmo e riposatevi sul divin Cuore, senza timone alcuno poiché qui si è ben riparato dalle tempeste, e nemmeno la giustizia di Dio qui può arrivare.
[...] Arrivederci, padre, quando e dove Iddio vorrà; beneditemi sempre.

Vostro figliolo

A Padre Agostino, San Giovanni Rotondo 27 settembre 1916.
Ep. 1, p. 362

CRISTO E' SEMPRE PRESENTE NELLA SUA CHIESA

Dalla Costituzione «Sacrosanctum Concilium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla sacra Liturgia (Nn. 7-8. 106)


    
Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e soprattutto nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa tanto nella persona del ministro, «Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti», tanto, e in sommo grado, sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e canta i salmi, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18, 20).
    In quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale lo prega come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'Eterno Padre.
    Giustamente perciò la Liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico e integrale.
    Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l'efficacia.
    Nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini e dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo. Insieme con la moltitudine dei cori celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di condividere in qualche misura la loro condizione e aspettiamo, quale salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli apparirà, nostra vita, e noi appariremo con lui nella gloria.
    Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all'Eucaristia, e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio che li «ha rigenerati nella speranza viva della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1, 3). La domenica è dunque la festa primordiale che dev'essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le vengano anteposte altre celebrazioni, a meno che siano di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico.

venerdì 24 gennaio 2014

Conversione di San Paolo

Carta di identità della Carità

L'apostolo Paolo, dopo aver elencato i vari carismi esistenti nella Chiesa, mostra "la via migliore di tutte" (cf 1Cor 12,31).
E, subito dopo, iniziando il capitolo 13° della prima lettera ai Corinzi, nei primi tre versetti dimostra che, senza la carità, anche i carismi ed i doni più grandi nulla sarebbero per noi e a nulla ci gioverebbero (cf 1 Cor 13,1-3).
E poi, dal versetto 4 al versetto 7, enumera le quindici caratteristiche della carità:
v.4 "La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, v.5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, v.6 non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. v.7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta".
Osserviamole ora una per una.
v.4 "La carità è paziente...". Chi è paziente, accetta con amore la Volontà di Dio (cf Gc1,12); e, perciò, ubbidendo al suo volere, compie un atto di carità e di amore verso Dio.
v.4 "La carità è benigna". La carità, prima di manifestarsi benefica, è benigna, ossia è interiormente disponibile a fare il bene, perché l'essere viene prima del fare.
v.4 "La carità non è invidiosa". E non può esserlo, perché l'invidia consiste nel provare dispiacere per il bene del prossimo e nel godere del suo male. Quanto più l'uomo vive secondo la sua essenza, che è quella di essere fatto ad immagine di Dio che è Bontà e Carità (cf 1Gv 4,8), più gode per il bene altrui ed ama donarsi nella bontà. S. Paolo continua:
v.4 "la carità non si vanta, la carità non si gonfia". Visto che la carità è apertura verso Dio e verso il prossimo, l'uomo, ogni qualvolta si ripiega su se stesso col vantarsi e col gonfiare i propri meriti, non si dimostra caritatevole, ma egoista e favorisce il separatismo e l'esaltazione del proprio io.
v.5 "La carità non manca di rispetto". La carità è delicata e rispettosa, perché si fonda sulla mutua stima della dignità umana.
v.5 "La carità non cerca il suo interesse". Appunto perché la carità è sguardo, cuore e disponibilità di animo verso l'altro, non cerca il proprio utile, ma quello altrui ( cf 1Cor 10,24; Fil 2,4).
v.5 "La carità non si adira". Come l'impazienza non ci fa accettare Dio e la sua volontà, così l'ira ci impedisce di accogliere il prossimo e quanto esso potrebbe dirci e darci. Ed è per questo che Gesù la condanna (cf Mt 5,21-22).
v.5 "La carità non tiene conto del male ricevuto". La carità è alta e magnanima e, in questo, rispecchia la vita di Dio, il quale non vuole punire, ma promuovere. Egli è Padre e desidera che noi rientriamo in noi stessi e ricominciamo una vita nuova; e, per quanto riguarda il passato, dimentica tutto e non lo rinfaccia, in vista della buona volontà del presente (cf Lc 15,11-24; Fil 3,12-14).
v.6 "la carità non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità"; deve procedere unita strettamente alla giustizia e alla verità; solo allora c'è vera pace (cf Sal 84,11).
Infatti la carità senza giustizia e verità è debolezza e colpevolezza; e quelle senza carità sono solo una spada che taglia e non risana.
v.7 "La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta"; scusa tutto e non fa mai il processo alle intenzioni perché non parte da un animo cattivo o prevenuto contro il prossimo, ma cerca di far leva sui lati buoni del prossimo, senza cercare la pagliuzza negli occhi dell'altro (Lc 6,1- 42). E, siccome "l'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore" (Lc 6,45), non ha in sé malizia, è semplice, e, per questo tutto crede e tutto spera. Ed in più tutto sopporta, non solo i pesi degli altri (cf Gal 6,3), ma anche tutte le croci della vita, convinto che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura (cf Rm 8,18; 2Cor 4,17-18).

Don Domenico Labellarte

Credit: http://www.apostolegc.net